ITALIA VERSO LA BLOCKCHAIN MA SERVONO LE REGOLE*

Prima l’adesione dell’Italia alla Blockchain Partnership europea e poi la call del Mise per 30 esperti di alto livello

per l’elaborazione della strategia nazionale sulle tecnologie basate su registri distribuiti e blockchain”.

L’intenzione del governo è quella di lavorare all’approfondimento di policy e strumenti sui diversi temi connessi allo sviluppo e all’adozione di tecnologie DLT (Distributed Ledger Technology ossia quelle basate sui registri distribuiti) e blockchain.

Ce n’è bisogno?

“Sì, soprattutto c’è bisogno di regole, visto che oggi Blockchain in Italia non è riconosciuta dalla normativa e questo è un grosso problema”.

Parola di Massimo Chiriatti, tecnologo fra i massimi esperti italiani di questo settore, che a Fortune Italia ha spiegato come sul tema Blockchain l’Italia – rispetto ad altri paesi europei – “è avanti soprattutto in termini imprenditoriali, siamo messi bene, i nostri imprenditori sperimentano. Quello su cui siamo rimasti indietro sono gli aspetti giuridici e fiscali.”

In Italia, infatti, la Blockchain non è una novità.

La maggior parte delle istituzioni finanziarie e delle banche stanno studiando e sperimentando questa tecnologia, così come lo stanno facendo anche diverse grandi realtà imprenditoriali, da anni.

Il problema comune però è quello della mancanza di regole di base “se si va davanti a un giudice e gli si parla di smart contract quasi sicuramente non saprà di cosa si sta parlando, non esiste giurisprudenza e mancano i riferimenti normativi. È tutto da costruire”,

continua Chiriatti spiegando che solo dopo arriva anche il fatto che questa tecnologia sia ancora relativamente immatura perché la l’evoluzione è rapida e decentralizzata, ossia non viene da un’impresa ma dalle comunità di tanti sviluppatori.

Ecco quindi che iniziative come la Blockchain partnership europea diventano utili sotto diversi aspetti, sia regolamentari che di progresso tecnologico.

Il progetto, partito nell’ottobre del 2017 e formalizzato nell’aprile scorso, punta a evitare un approccio frammentato dei vari attori del settore e a consolidare il ruolo guida dell’Europa nello sviluppo e diffusione della tecnologia.

La Commissione europea, sullo stesso tema, ha lanciato anche l’EU Blockchain Observatory and Forum e investito 80 milioni di euro per progetti mirati a diffondere l’utilizzo della blockchain.

Entro il 2020, poi, sono previsti ulteriori investimenti per 300 milioni di euro sempre per favorire lo sviluppo di questa tecnologia.

“Credo che sia saggio che l’Europa faccia tutto questo, perché uno degli aspetti più importanti – se non forse il più importante – della blockchain è la governance”, ha continuato Chiriatti, “se in ogni stato ognuno si fa la sua blockchain, le sue policy, etc….il rischio è di avere solo frammentazione e questo renderebbe scarsamente interoperabile il mercato comune europeo”.

Se non si crea un ecosistema tra i singoli stati membri, “si corrono dei rischi, perché la fiducia, l’interoperabilità e la sicurezza non funzionano più e la trasparenza dei servizi se arriviamo in ordine sparso non si riesce più ad ottenere”. Tutto questo “sarebbe molto grave, quindi ha fatto bene la Commissione europea a dire ‘mettiamoci insieme’ e soprattutto ‘condividiamo i progetti’ “.

Nello sviluppo della tecnologia blockchain, secondo Chiriatti, se facciamo le cose tutti insieme, possiamo fare più in fretta.

“Se le facciamo separatamente e poi cerchiamo di mettere le cose insieme, ex post, sarà problematico. Se invece si fanno le cose insieme, si riuscirà prima a trovare questi famosi standard e a lanciare le prime azioni, altrimenti: quando si passerà dalle parole ai fatti?”.

Bene quindi che ci sia condivisione e scambio di informazioni tra paesi, “se non facciamo così, rischiamo di fare le cose lente e fatte male e rischieremmo anche di dover inseguire gli altri, perché magari sono più veloci nell’emanazioni di normative pro-competitive”, ha concluso l’esperto.

 

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*articolo pubblicato   sito FORTUNE ed ITALIA – 2 ottobre 2018